Premessa
Durante gli anni ’80, nel momento di massima espansione della pesca a mosca in Italia, c’è stato un fiorire di autori che pubblicavano i loro articoli sulle riviste di settore. Alcuni di essi sono tutt’ora conosciuti ed attivi, ad esempio Roberto Pragliola, Raffaele De Rosa, Palù ed altri.
Vi voglio proporre alcuni articoli di un pescatore ad oggi dimenticato, che allora ha saputo farsi apprezzare per lo stile, l’ironia e il garbo dei propri scritti : Sergio Crivellaro, socio del Fly Angling Club di Milano.
Scoprirete in questi articoli l’esperienza profonda di un pescatore che ama la natura e, senza la pretesa di insegnarvi alcunché, vi accompagna in una serie di esperienze interessanti, raccontate con poesia e sensibilità.
Buona lettura!
Indiana Giors
LA TROTA GUARDINGA
La trota se ne sta ferma, sotto la riva, all’ombra dei rami. Non si muove, è guardinga. Aspetta qualcosa, forse la nostra mosca. Tentiamo tutto per tutto per catturarla e poi, quando l’abbiamo in mano per slamarla, il suo sguardo ci commuove e…
In agosto pesco da solo, e ho delle strane abitudini che posso giustificare.
In agosto batto un torrente che mi è particolarmente caro oltre che particolarmente vicino di casa.
Quando vado lì gli dico – Ehilà! – e lui – Ah! Sei arrivato! Cominciavo a preoccuparmi-.
Capirai che quando si comincia a parlare con un torrente è meglio che nessuno ti veda, così devi proprio essere solo.
Per essere solo con il mio torrente devo andarci in quelle ore in cui non ci va nessuno, e quelle sono proprio le ore meno redditizie e sono le ore che mostrano quanto possa essere terribilmente guardinga la trota che hai preso di mira. Prima e dopo tutto sarebbe estremamente più facile, ma non saresti più solo e poi, tutto sommato, non è che l’idea del “facile” ti lusinghi, anzi.
Nel mio torrente, dalle sette alle diciotto non c’è mai nessuno. Quando arrivo, alle sette, il massimo che puoi trovare è la traccia fresca lasciata dal carrarmato di uno di quelli delle quattro e mezza e così sai che prendere la tua trota sarà ancora più dura perché è già stata disturbata.
Ogni tanto capita uno sperduto verso le dieci, ma si piglia un tale spavento nell’osservare l’invincibile immobilità e il grandioso disinteresse del mio torrente che non lo farà mai più.
Se ci capiti dalle sette alle diciotto di agosto, e se non ha piovuto o non comincia a piovere o cose del genere, sei pronto a giurare che quello è un torrente morto, invece è un torrente che riposa, nel sole e nel caldo, in una specie di magico sbadiglio.
A me quel magico sbadiglio piace, piace al di là di tutte le teorie sull’ora e sulle attività delle mosche e delle trote, teorie importanti se vuoi pigliare il pesce e da tenere presenti ancora di più proprio in quello sbadiglio pietrificato perché tu, il tuo pesce, vuoi pigliarlo proprio durante lo sbadiglio e devi costruirti una possibilità, e quando l’hai costruita non puoi permetterti di fallirla perché a quell’ora ti da una sola possibilità, ed è già molto se te la da.
Quelle ore mi piacciono. Mi piace la loro atmosfera incantata, mi piace la perfetta solitudine, il silenzio e la grande possibilità che la natura ti concede di startene a ragionare su una trota senza dover fare le cose in fretta perché sta risalendo uno col cucchiaino e sta scendendo uno col verme e ti senti, agitatissimo, tra due fuochi e prontissimo a fallire la tua possibilità per orgasmo o irritazione.
In quelle ore le trote se ne stanno sospese nell’acqua, all’ombra dei rami, in posti freschissimi, limpidissimi e difficilissimi da raggiungere con qualunque mosca e coda e così via. Fra l’altro se ne stanno sospese e invisibili, cioè, sai che ci sono ma non le vedi. Sono proprio guardinghe.
Ne ho presa una che doveva essere il campione mondiale della guardingheria. Questa maestra del sospetto stava sotto un tunnel di grandi cespugli in modo d’avere ombra ventiquattr’ore su ventiquattro. Sotto il tunnel terminava lenta la corrente di una rapida cento metri a monte. La turbolenza si spegneva qualche metro prima e lì, l’acqua, in superficie era immobile. Sul fondo, di circa un metro, il greto ghiaioso iniziava a ricoprirsi di alghe e così, tra ombra e verde e scuro e sole negli occhi e riflessi nell’acqua, non potevi vedere la trota ma potevi immaginare che c’era.
Tra te e la probabile trota guardinga ci sono dieci metri di torrente limpido e immobile. Dietro di te la sassaia bianca del torrente e più dietro ancora gli alberi.
Andare di là neanche a pensarci e stare di qua ti senti nudo e disarmato e visibilissimo. Ti occorre del tempo per diventare, nel silenzio, parte nota della natura circostante e non insospettire la probabile guardinga
Quando lei è ormai sicura che tu sei un tronco portato dall’ultima piena, rompe l’acqua in una calma e maestosa bollata e così, anche se lei è guardinga, tu adesso sai che c’è.
E’ arrivato il momento di decidere cosa mangia e cosa mangerà ed è un gran bel pasticcio perché il mio torrente in agosto sembra il catalogo di un entomologo impazzito. Decidi di provare con le ninfe e, più sopra, gliele spedisci giù tre ch coprono un bell’arco d’imitazioni.
Appena il trenino è passato sulla trota, o di fianco o sotto, agganci una fario sui quindici centimetri e mentre la liberi con cura e la restituisci al torrente, sei certo che la tua trota, quella guardinga, ha assaggiato le tue ninfe, e le ha risputate.
Non so da cosa venga questa convinzione, ma senti nettamente dentro di te che l’ha fatto, così cambi arnesi e in una specie di ridicolo replay, agganci un’altra minuscola fario.
Benedicendola e maledicendola la rimetti in libertà e ti chiedi di quante minuscole fario si sia circondata quella dannata sotto le frasche e senti che se la sta ridendo e questo è assai irritante.
Ormai hai fatto il danno. Pigliare due trotelle a venti centimetri dalla tua è una cosa che non può essere passata inosservata alla guardinga, e se è guardinga, per quel giorno non ci casca più. Allora segui una strana idea. Decidi di farle il vuoto intorno per domani, così, senza romperti troppo il cervello, mandi un vistoso trio di sommerse nei suoi paraggi e sposti tutte le trotelle che c’erano di là, al di qua del torrente.
Speri che non tornino subito di là, ma anche se ci tornano, dopo l’avventura appena corsa non dovrebbero più buttarsi con tanto accanimento su tutto quello che viene giù e così togli una carta dalla trota guardinga.
Domani assaggerà da sola, e te ne vai lasciando il posto alla tribù colorata che dalle diciotto fino al calar del sole metterà il torrente a ferro e fuoco.
Il giorno dopo aspetti e quando rivedi la bollata maestosa sai che lei è ancora lì e che non è caduta nei tranelli di quelli delle diciotto e nemmeno nei trucchi di quelli delle quattro e mezza.
Adesso è il tuo turno.
Beh! Era proprio guardinga.
Non posso raccontarti tutto quello che ho fatto e in quanti modi sia riuscita a sbeffeggiarmi, ma alla fine, con un’unica, piccolissima, bellissima e fragilissima ninfa, ci è cascata e finalmente ho potuto vedere la sua faccia guardinga.
Era una bella marmorata con una bellissima schiena scura e superava di poco i trenta centimetri, ma la sua faccia guardinga aveva un’espressione così perplessa e smarrita che sono scoppiato a ridere, solo, sul torrente e pensando che in fin dei conti, quel giorno a casa mi attendeva un secondo succulento amorevolmente preparato dalle signore delle pareti domestiche, e pensando a quell’espressione smarrita chiusa in un buio frigorifero fino al giorno dopo, beh…l’ho lasciata tornare al fresco del suo tunnel.
Come si fa a mangiare una trota guardinga e perplessa?
Caro amico, come vedi mi fregano in tutte le maniere.
Magari lo ha fatto perché era solamente furba e ha giocato l’ultima carta, quella della pietà, e d’altra parte il mio stomaco è pieno. Non posso proprio dire di soffrire la fame, e così, in fin dei conti non mi pento d’averla lasciata andare.
Mi piace il mio orario, il mio torrente e l’espressione di alcune trote.
Sergio Crivellaro