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C.I.P.M. Club Italiano Pescatori a Mosca TORINO.

 
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Perchè rilasciare il pescato

Benvenuti nel sito del Club Italiano Pescatori a Mosca Torino, associazione sportiva autonoma, indipendente, apartitica e senza fini di lucro. Si precisa che il C.I.P.M. Torino in nessun modo è collegato ad altre associazioni aventi una denominazione o simbolo sociale simili o uguali al proprio, nemmeno con il C.I.P.M. avente sede in La Spezia.

 Gli evergreen

 

Il primo di questi articoli e’ uscito su un bollettino di un club di pescatori con la mosca il “BASS FLY CLUB POPPER” nel lontano 1988 a nome di tale Giò Pirovano e riguarda la pratica del catch and release, in quegli anni ancora poco praticata.

Ho voluto riproporre questo articolo perché in poche  righe è condensato  tutto lo spirito  del catch and release ed è scevro da qualsiasi forma di integralismo, un articolo d’avanguardia insomma, reso ancora più pregevole dall’essere stato scritto così tanti anni fa.

 

 

 

 

Potremmo partire dalla preistoria, o fors’anche da molto dopo, per cercare di spiegarci i motivi che nel tempo hanno indotto l’uomo a trattenere il pescato.

Il primo è ovvio, è il fabbisogno alimentare di soddisfare e, dal punto di vista professionale, il tornaconto economico derivante dalla vendita del pesce.

Dato che noi pescatori “sportivi” dell’era moderna, per vivere, non abbiamo bisogno né di mangiare tutto il pesce che peschiamo né tanto meno di venderlo, dobbiamo trovare altre spiegazioni.

Si uccide il pesce probabilmente per soddisfare un bisogno atavico di affermazione sulla preda e per un insieme di altre motivazioni: per vanità, per una cupidigia un po’ infantile, perché rientrando a casa senza il carniere pieno non ci pare neppure di essere stati a pesca, per ripicca contro i cappotti, per fare una frittura in famiglia, o forse solo per abitudine o disinformazione.

Tutte motivazioni comunque che non ci esonerano dall’essere coscienti che così facendo finiamo per fare la nostra parte, in negativo, per completare lo scempio causato da inquinamenti e gestione approssimativa delle acque.

Nessuno può ormai credere in buona fede di poter prelevare pesce in un ecosistema squilibrato come il nostro arrecando poco danno.

Piuttosto, come diceva una vecchia canzone, facciamo finta che tutto vada bene come una volta ed adottiamo la politica dello struzzo.

E’ comunque è ancora una questione di educazione e di etica di comportamento.

L’esperienza insegna che questo deriva da una maturazione graduale del pescatore, che impara a distinguere che il piacere della cattura e l’uccisione del pesce sono due cose diverse.

E’ quasi normale che il novizio trattenga il pescato, perché ha bisogno di conferme che quello che sta intraprendendo per la prima volta funziona, dà i suoi frutti e lo vuole mostrare a sé e agli altri.

Ma lo è sempre meno il pescatore esperto, conscio dei limiti di quello che la natura oggi può offrirgli.

Il piacere, perché di piacere si tratta, che deriva dal vedere nuotare libero e indenne il pesce che abbiamo liberato dalla mosca un attimo prima, è un’esperienza che va vissuta e non spiegata.

Rifuggiamo comunque anche dall’interpretazione assolutistica e schizofrenica di queste regole: se, una volta tanto e con parsimonia, decidiamo di trattenere il pesce grosso, il bell’esemplare che ci capita di catturare, facciamolo pure con serenità e senza patemi d’animo.

L’importante è sapere che stiamo chiedendo  qualcosa alla natura per il quale essa, pur da madre generosa quale è, non potrà fare a ameno di alzare sempre di più il suo prezzo in futuro.

 

                                                                                              Giò Pirovano

 

TRATTO DAL BOLLETTINO N°4 OTTOBRE  ’88 DEL BASS FLY CLUB “POPPER”